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Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei

Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei

Nel periodo storico attule è auspicabile un ritorno al passato, all’alimentazione dei nostri nonni, semplice, non ricca di carne, variegata e ben assortita. Spesso mangiamo male e non per il senso di fame fisiologico.

In un periodo storico come quello attuale, dominato dal consumismo e dallo spreco sembra inevitabile auspicare un ritorno al passato, anche per quanto riguarda le abitudini alimentari. Infatti sempre più, possiamo affermare che sia quello che mangiamo, sia il modo in cui mangiamo rivela il nostro modo di essere, le emozioni e i sentimenti che proviamo dentro di noi. Molto spesso mangiamo non per il senso di fame fisiologico, ma perché il cibo diventa per noi una valvola di sfogo su cui liberare le proprie tensioni, il proprio nervosismo, magari dopo una giornata molto faticosa o stressante.

Si parla molto oggi della dieta mediterranea, di un ritorno all’alimentazione dei nostri nonni, semplice, non ricca di carne ma molto variegata e ben assortita. Questo è vero ma dobbiamo riflettere anche su un’altra cosa: oggi le emozioni, incidono molto sul nostro modo di mangiare e sulla scelta dei cibi. Dovremmo ritornare al passato anche in questo, lasciando che il cibo, scelto accuratamente, guidi le nostre emozioni e non viceversa. Tutto ciò di cui stiamo parlando è stato alla base del monachesimo occidentale.

La regola di San Benedetto, pilastro dell’Europa attuale, dedica alcuni capitoli anche alla dieta e all’alimentazione dei monaci.

Secondo la regola l’alimentazione doveva essere di aiuto nel combattere l’otium e l’ingordigia. L’alimentazione si basava prima di tutto sulla condivisione di tutto ciò che si possedeva. La dieta consisteva principalmente in due pietanze cotte, generalmente a base di legumi e ortaggi e raramente pesce, formaggio, uova e carni bianche. Erano vietate le carni di quadrupedi. Tutto questo sia perché la carne era simbolo del potere e della forza, sia perché era il cibo più diffuso nei banchetti dell’aristocrazia. Era concessa una libra a testa di pane e non potevano mancare in alcun modo verdure crude e frutta di stagione che coltivavano e raccoglievano personalmente.

Gli orari del pranzo, della cena e dei giorni di digiuno erano scanditi dai ritmi dell’anno liturgico e nei giorni di festa era concessa qualche pietanza in più.

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Il Vino era sempre presente anche perché l’acqua dei pozzi non sempre era potabile e quando usata veniva prima bollita. Questo a testimonianza dell’austerità del tempo ma anche del vero significato che si dava al cibo. La salvezza dell’anima non poteva prescindere dal rispetto per il proprio corpo.

A cura del Dr. Attilio Essolino, Biologo Nutrizionista

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